NOTE ANTROPOLOGICHE SULLA POPOLAZIONE DEL BOLOGNESE
DETTATE DAL
Prof. FABIO FRASSETTO

Sulla popolazione di Bologna e del Bolognese si hanno soltanto pochi lavori, riguardanti la frequenza e la distribuzione dei caratteri antropologici quantitativi e qualitativi 1. Manca quindi uno studio vero e proprio sulla composizione raziale della nostra Regione, né può rispondere allo scopo la nostra breve relazione sui caratteri antropologici e costituzionalistici di circa 1500 individui adulti, con sette e più figli, appartenenti ai Comuni di Bologna, Imola, Ferrara 2. In assenza però di altri dati statistici, questi possono essere utilizzati, integrandoli con lo studio dei principali caratteri qualitativi (colore della pelle e degli occhi, colore e forma dei capelli, forma del naso, della faccia, ecc.) desunti dall'osservazione dello stesso gruppo di genitori prolifici.

Ed è ciò che abbiamo fatto per rispondere alle richieste di uno schizzo antropologico della Provincia di Bologna, che il Presidente del Consiglio Provinciale dell'Economia ci ha rivolto.

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Lo studio antropologico relativo ad una qualsiasi regione riesce estremamente difficile e complicato, ed è sempre incompleto, se non si risale alle più remote testimonianze delle genti in essa regione vissute, e via via succedutesi le une alle altre, ed insieme mescolatesi nel corso dei secoli.

Nell'iniziare pertanto la trattazione dell'Antropologia della Provincia di Bologna, riteniamo, più che opportuno, necessario, rifarci alle sue origini, per comprendere la composizione della popolazione attuale.

E poiché scarsissimi sono gli avanzi scheletrici fossili che possano rivelarci la struttura fisica delle prische razze umane nel Bolognese, ove manchino questi documenti, è d'uopo ricorrere alle testimonianze delle civiltà preistoriche, quivi copiosissime.

CIVILTÀ E RAZZE PALEOLITICHE

Dopo la documentazione ricavata da mezzo secolo e più di perseveranti studi e diligenti ricerche dei paletnologi italiani, non vi è dubbio alcuno sull'esistenza, anche in Italia, delle prime fasi del paleolitico inferiore e medio, geologicamente sincrono alle corrispondenti fasi del Pleistocene o Diluvium.

Pochi sono gli oggetti italiani di queste fasi, dei quali si conoscono le condizioni di giacimento, e, a quanto sembra, tali condizioni non sono uguali per tutti (Colini).

Si scoprirono dapprima nell'Imolese, poi nel Perugino, a Terranera nei dintorni di Venosa (Potenza) e nell'isola di Capri. Spetta quindi alla Provincia di Bologna, l'aver offerto, per prima, le testimonianze delle popolazioni più antiche, che si insediarono nella nostra Penisola, giacché fu appunto nei depositi costituenti le terrazze quaternarie che costeggiavano a sinistra il Torrente Santerno, presso Imola (nelle località denominate «La Merlina» e «il Monticino» e nel letto del Rio del Correcchio), che si rinvennero indubbie e non scarse testimonianze dell'industria paleolitica di tipo scelleano e musteriano. Erano detti manufatti insieme associati in modo da non far dubitare della loro contemporaneità, e frammisti a residui di fauna quaternaria, appartenenti a quella fase del periodo pleistocenico che può farsi corrispondere all'interglaciale Riss-Wurmiano.

L'industria scelleana vi era rappresentata da selci di forma amigdaloide, rozzamente scheggiate; e la musteriana principalmente da punte di freccia e raschiatoi ricavati da grandi scheggie, pure di selce. Questi, ultimi erano lavorati finemente, con minuti e regolari ritocchi su una sola faccia: quella opposta alla superficie di stacco dal bulbo di percussione, che pertanto rimaneva liscia.

Per il rinvenimento dei primi manufatti scoperti nell'Imolese e per la dottissima relazione che nel 1850 ne fece lo Scarabelli 3 ben può dirsi che nella Provincia di Bologna si iniziarono gli studi italiani di Paletnologia, di quella scienza antropologica che studia lo sviluppo delle diverse industrie umane avanti i documenti scritti più antichi, scienza che in Bologna appunto ebbe nel 1871 solenne consacrazione nel Congresso di Archeologia e Antropologia preistoriche.

Altri documenti paleolitici uscirono dalla Stazione del Monte Castellaccio (sempre presso Imola), dove furono rinvenute anche cuspidi di lame di tipo solutreano, geologicamente corrispondenti alle ultime fasi del periodo glaciale; altre ne vennero in luce dalla stazione di Castel De Britti, sulla destra dell'Idice; dalle grotte del Farneto, sulla destra del torrente Zena, e dalla Certosa di Bologna, fuori porta Sant'Isaia. Anche presso Bazzano, e presso Crespellano nella chiesa nuova di Pragatto, furono trovati oggetti paleolitici di tipo musteriano, non associati, come nell'Iinolese, a strumenti amigdaloidi, ma isolati e cioè puri, analogamente a quanto si accertò poi anche nel Parmense, nel Reggiano, nei colli Euganei e nelle grotte della Liguria.

La distribuzione varia delle due industrie, non solamente nella Provincia di Bologna, ma in altre località (come in talune di Val di Chiana e del Bacino del Trasimeno), indussero alcuni paletnologi italiani (Pigorini, Colini, Antonelli ed altri) a distinguere due tipi antropologici diversi, foggiatoli delle due industrie: l'uno antropino, classificato come Homo sapiens fossilis, l'altro pitecoide , morfologicamente più basso e classificato come Homo neanderthalensis.

Il primo di questi due tipi è rappresentato in Italia dai frammenti di una calotta cranica rinvenuti nel 1867 presso Arezzo, nella località detta dell'Olmo, a 15 m. di profondità dal piano di campagna, insieme con una punta amigdaloide di selce di tipo musteriano e avanzi di elefante antico; il secondo è rappresentato da un cranio scoperto nel 1929 a Roma, a circa tre chilometri da Porta Pia, presso la riva sinistra dell'Aniene, in una cava di breccia situata nella tenuta di Saccopastore.

Data però la rarità, più che la scarsezza, di siffatte ossa umane fossili nelle località della nostra Penisola, in cui le industrie scelleana e musteriana sono nettamente distinte, non possono che formularsi delle congetture, estensibili, se si vuole, anche a quelle regioni, come il Bolognese, nelle quali non si sono trovate di quei remoti tempi se non le testimonianze indirette della presenza dell'uomo, dedotte dal ritrovamento dei manufatti litici.

È tuttavia degno di rilievo il fatto che il giacimento di argilla turchina lacustre, in cui fu rinvenuto il cranio dell'Olmo, è sincronizzabile con i depositi delle terrazze del Santerno, e cogli strati della Grotta del Principe nella Liguria, sia per l'orizzonte paleontologico, rappresentato dall' Elephans antìquus. sia per gli strumenti paleolitici di tipo musteriano.

Se ne può quindi inferire che le razze umane paleolitiche del Bolognese, contemporanee per civiltà a quelle dell'Aretino e della Liguria, siano state quelle stesse accertate in queste due regioni; una delle quali indubbiamente è del tipo di Cro-Magnon 4, rinvenuta in Liguria nelle Grotte del Principe e nelle Grotte dei Fanciulli presso Grimaldi (Verneau).

Quanto al tipo fossile pitecoide (Homo Neanderthalensis), rinvenuto qua e là in tutta l'Europa preistorica e accertato in Italia finora soltanto a Roma, non è assurdo congetturare che esso abbia vissuto anche in altre località italiane, e quindi pure nel Bolognese, contemporaneamente, in parte almeno, alla razza di Cro-Magnon.

I molteplici rappresentanti di questa razza fossile sono stati rinvenuti prevalentemente nell'Europa occidentale preistorica, e precisamente in Spagna, in Portogallo, nelle Isole Baleari e sopratutto in Francia nella Dordogna e nel Perigord, dove sembrano sostituire bruscamente il tipo neanderthaloide (Boule, 1. e, pag. 243). Questo tipo, che costituirebbe, secondo il Montandon (v. Bibl.), l'uomo europoide protomorfo, cioè il tipo umano protoeuropeo (l. c., pag. 203), non è scomparso con la fine del Quaternario, ma è persistito nel Neolitico e nei tempi successivi fino ai nostri giorni. Lo si è trovato sporadicamente in diverse regioni della Francia e sopratutto nella Dordogna, in Ispagna fra i Baschi, nell'Algeria, e, meglio conservato, fra i Guanci delle Canarie.

Non deve pertanto recar meraviglia se il tipo di Cro-Magnon, accertato nella Liguria, identificato secondo noi 5 nell'Aretino e supposto nei Bolognesi paleolitici, potrà rinvenirsi in altre località italiane e rintracciarsi anche ai nostri giorni nella popolazione vivente, non solo del Bolognese, ma anche di altre regioni italiane.

CIVILTÀ E RAZZE NEOLITICHE ED ENEOLITICHE

Se rara è nel territorio bolognese la presenza di strumenti di pietra levigata, che caratterizzano il neolitico, ancor più rara è quella seriore dell'eneolitico, in cui all'uso della pietra levigata si associano gli strumenti di rame.

Le sole località del Bolognese, nelle quali gli strumenti neolitici ed eneolitici furono rinvenuti e non già puri, ma mescolati con manufatti paleolitici, sono: Bellaria, presso Bazzano, Colunga, presso S. Lazzaro di Savena, e Castel De Britti nella valle dell'Idice, presso Ozzano.

In quanto alla documentazione paleontropologica di questi periodi preistorici, poco o nulla abbiamo nel Bolognese, giacché non possiamo annoverare se non lo scheletro di Colunga, che i lavori agricoli mandarono dispersi, ed i pochi frammenti scheletrici rinvenuti nelle Grotte del Farneto, fortunatamente ricuperati ed oggi custoditi nel locale Museo Archeologico.

Rifacendoci alla descrizione che del detto scheletro ci dette il Brizio, ricavandola, quanto al cranio, da notizie fornite sul luogo dai contadini e per le altre parti, sopratutto per i femori, da osservazioni dirette, è lecito inferire che si trattava di un uomo adulto, adagiato sul fianco sinistro, con la testa ad Ovest ed i piedi ad Est, secondo il rito della inumazione rannicchiata praticata dai Liguri neolitici ed eneolitici. Ed ai Liguri probabilmente quell'individuo apparteneva, anche perchè lo scheletro era accompagnato da manufatti dello stesso tipo di quelli rinvenuti con gli scheletri dei Liguri neolitici ed eneolitici delle Grotte delle Arene Candide e della Pollera in Liguria.

Per quanto riguarda i frammenti degli scheletri scoperti dall'ing. Orsoni nella grotta del Farneto, non abbiamo alcuna precisa documentazione circa lo strato e la posizione ove furono rinvenuti: sappiamo soltanto, a detta dello scopritore, che furono messi in luce nello strato archeologico della Grotta, il quale senza dubbio, deve essere stato uno dei più antichi, dato il tipo schiettamente neolitico della suppellettile che l'accompagnava.

Si poterono identificare tre individui per la presenza delle rispettive mandibole: e cioè un uomo adulto, un bambino ed una giovane donna.

Solo di quest'ultima e del bambino si potè ricomporre il cranio.

Lo studio antropologico rivelò nella donna, insieme con una conformazione snella e delicata, la forma cranica ovoidale, e nel bambino la forma ellissoidale allungata, forme l'una e l'altra che si riscontrano frequentemente nel tipo ligure. Possiamo perciò arguire che nei cavernicoli del Farneto era rappresentata la razza ligure. Questa ipotesi trova la sua conferma anche nel fatto che il cranio della donna (fig. 1-2) ed altre ossa mostrano tracce evidenti di ustione, come le ossa rinvenute negli stessi strati paletnologici delle caverne ossifere della Liguria.

A questa stirpe Ligure, detta anche Iberica o Ibero-Insulare, ed impropriamente prearia, sarebbero attribuite, per unanime consenso dei paletnologi e degli archeologi, i primi due dei tre gruppi in cui può distinguersi la civiltà eneolitica, mentre per il terzo gruppo, che segna la transizione all'età del bronzo, e quindi alla civiltà dei metalli, si vuol vedere l'influenza di altre genti, venute in Italia parte dal Nord, prevalentemente per le vie della Venezia Giulia, parte dal Sud, per le vie dell'Umbria e della Toscana.

CIVILTÀ E RAZZE DELL'ETÀ DEL BRONZO E DEL FERRO

L'età del bronzo, caratterizzata dai fondi di capanne del Bolognese edella Romagna e dalla civiltà di Villanova, è, nella nostra Provincia, archeologicamente ben documentata 6.

Dal punto di vista antropologico, invece, è una delle età più oscure, perchè, a causa della introduzione del nuovo rito della incinerazione dei cadaveri si ha, per un lunghissimo tempo, la mancanza quasi esclusiva di scheletri. Essi infatti, nella nostra Regione, non cominciano a comparire se non in quel periodo di trasformazione, che dall'ultima fase dell'età del bronzo passa alla prima età del ferro. E di questa fase si ha una chiara dimostrazione nell'importante scoperta fatta a Bologna, negli anni 1913-15-19, durante le opere di scavo, eseguite a scopo edilizio, fuori porta San Vitale, nelle vie Due Palme, Tripoli e Savena.

Quivi fu ricuperato, per opera del compianto prof. Ghirardini, un assai vasto sepolcreto, rappresentante la civiltà Villanoviana o Umbra, in una fase primitiva di transazione, la cui origine può risalire al principio del primo millennio a. C.

Fra le moltissime tombe a combustione che vennero in luce, 30 soltanto erano a inumazione.

Dei sei scheletri che si sono potuti ricuperare e trasportare al Museo Archeologico (tutt' ora inediti) 7, tre sono dolicomorfi di tipo mediterraneo, e tre brachimorfi di tipo eurasico. Fra i brachimorfi, due sono sfenoidi planoccipitali del tipo dinarico, ed uno è sferoide del tipo alpino (figg. 8-11). Fra i dolicomorfi, un ellissoide ed un ovoide sono del tipo ligure, ed un pentagonoide è del tipo di Cro-Magnon (figg. 1-4) 8.

Tali risultati inducono ad ammettere che la popolazione villanoviana fosse costituita, non soltanto da quei dolicomorfi indigeni, discendenti dai Liguri e dai Cro-Magnon, già insediati nella, nostra Regione durante il paleolitico ed il neolitico; ma anche dagli elementi nuovi brachimorfi, che, linguisticamente e storicamente, presero il nome di Umbro-Latini od Italici, importatori, secondo gli Archeologi, non soltanto del nuovo rito, ma anche della nuova civiltà. Ipotesi quest'ultima non suffragata dalla nostra documentazione antropologica. Infatti, essendo gli Umbri mescolati, non è logico attribuire la nuova civiltà esclusivamente all'elemento brachimorfo invasore, venuto d'oltr'Alpe per le vie della Venezia Giulia. Essa dovrà attribuirsi, se non in tutto, almeno in gran parte, agli elementi dolicomorfi preesistenti, di provenienza ligure.e sopratutto.umbra, dato che il Grenier 9 ed il Ghirardini 10 hanno accertato nella civiltà di Villanova correnti artistico-industriali e commerciali di gente venuta dal Sud, cioè di Umbri. A questo proposito è importante mettere in rilievo che anche gli scheletri rinvenuti negli antichi sepolcreti dell'Umbria, appartengono al tipo dolicomorfo mediterraneo.

CIVILTÀ E RAZZE DI FELSINA ETRUSCA

Subentra ora la civiltà etrusca.

Questa civiltà era caratterizzata dall'uso misto del rito della cremazione (tombe a dolio) e della inumazione (tombe a fossa), che vediamo persistere in Bologna, per tutto il V secolo fino all'inizio del secolo IV e cioè sul tramonto della dominazione etrusca in Felsina, con prevalenza, o quasi esclusività, in questo periodo, del rito della inumazione.

Pare ormai assodato che la infiltrazione etrusca nello strato etnico villanoviano nel territorio bolognese, si sia iniziata verso la metà del VI secolo a. C.

Le numerose tombe di inumati venute in luce a Bologna, nella necropoli puramente e specificamente etrusca della Certosa e nei giardini Margherita, a Marzabotto ed in Etruria, hanno offerto agli antropologi un cospicuo materiale scheletrico, onde è possibile accertare quali fossero gli elementi raziali che componevano questo insigne popolo, oggimai antropologicamente meno misterioso (cfr. Frassetto: Crania Etrusca).

La grande importanza, che nella nostra Regione ha avuto questo popolo, può giustificare un più particolareggiato studio craniologico, che qui brevemente riassumiamo, togliendolo dalla nostra citata memoria.

Considerati nel loro insieme, i crani etruschi si presentano per grandezza piuttosto superiori che inferiori alla media.

Commisti a pochi crani di rozza fattura, ve ne sono molti di fattura non rozza, ma piuttosto fina, ed altri ancora, pochissimi invero, di fattura squisitamente delicata. Essi sono in maggioranza di tipo mediterraneo (fig. 12-13), cioè allungati, con indici prevalenti di mesocefalia; la minoranza è rappresentata da crani di tipo eurasico, cioè accorciati, con indici di moderata brachicefalia e di mesocefalia. Tanto gli uni che gli altri sono prevalentemente curvoccipitali ed hanno moderata altezza; sporadicamente, ma solo nell'Etruria padana, si è notato qualche raro caso di tipo brachimorfo planoccipitale, alto caratteristico, secondo alcuni AA., della così detta razza dinarica od adriatica, affine ai brachicefali armenoidi del Von Luschan.

L'analisi particolareggiata dei crani etruschi dolicomorfi permette avvicinamenti con crani eneolitici liguri, sardi, siculi, con quelli fenici, cretesi, minoici ed egiziani — tutti appartenenti alla stirpe mediterranea; mentre l'analisi dei brachimorfi permette avvicinamenti coi brachicefali eneolitici della Sardegna (Anghelu Ruju) e della Sicilia (Castellacelo, Pantalica), coi brachimorfi delle Canarie e di Creta, ricollegati alla loro volta in maggioranza coi brachicefali cosidetti marini dell'Egeo e dell'Asia Minore, in minoranza coi brachicefali del tipo dinarico testé ricordato.

La diversa frequenza del dolico e dei brachimorfi, che abbiamo fin qui osservato, mostra nel Bolognese, come dappertutto in Europa, quel fenomeno di graduale sostituzione di elementi euraslci ai preesistenti elementi africani mediterranei, cui gli Etruschi appartengono.

Infatti, mentre durante la dominazione etrusca i dolicomorfi nel Bolognese sono rappresentati all'incirca dal 58% e i brachimorfi dal 42%, in tempi relativamente recenti i rapporti si invertono, con una percentuale del 45%, circa di dolicomorfi, e del 55% circa nei brachimorfi 11.

Questa prevalenza nei brachimorfi, che, come vedremo in seguito, risulta molto più accentuata nella popolazione attuale, si sarà molto probabilmente iniziata fin dai tempi del dominio gallico (IV-II sec. a. C). I Galli rappresentano infatti nel Bolognese una nuova emigrazione di brachimorfi appartenenti a quella stessa stirpe di origine asiatica, di cui era prevalentemente formato quel popolo, che nei tempi storici prese il nome di Celtico.

Troppo difficile e troppo lungo sarebbe seguire lo svolgimento e le mescolanze delle razze durante la romanità, l'età barbarica ed il Medio Evo.

Troviamo più opportuno venire senz'altro alle popolazioni attuali.

GLI ELEMENTI RAZIALI DELL'ATTUALE POPOLAZIONE

Grandissima è nel Bolognese, e specialmente a Bologna, la varietà di elementi raziali, che si sono via via formati nel corso del tempo, per effetto degli incroci avvenuti fra genti di diverse razze. Grandissima quindi è la difficoltà di discriminarli. Non è impossibile, tuttavia, separare mediante una accurata indagine morfologica e metrica, gli elementi appartenenti a varie razze e sub-razze. Questa discriminazione è basata sopratutto sulle forme del cranio, le quali sono da annoverare fra i caratteri più importanti per la diagnosi delle razze, almeno secondo una scuola che possiamo chiamare italo-americana, perchè, iniziata dall'americano Meigs, fu continuata e sviluppata principalmente da due italiani: Giuseppe Sergi e lo scrivente 12. La discriminazione delle forme craniche, già difficile nello scheletro, è resa ancor più difficile nel vivo, specialmente nel sesso femminile, a causa della foltezza e lunghezza dei capelli. Ciò nonostante abbiamo potuto distinguete nella popolazione del Bolognese le sei forme tipiche fondamentali; tre dolicomorfe (stenopentagonoide, ovoide, ellissoide), e tre brachimorfe (euripentagonoide, sfenoide, sferoide) (l). Come emerge dallo specchietto n. 1, la caratteristica più spiccata di questa popolazione è la forte prevalenza dei brachimorfl sui dolicomorfi, prevalenza che dà il 74% in media e che raggiunge il massimo ad Imola con l'89%, come risulta dal nostro lavoro sulle famiglie prolifiche (vedi Bibliografia).

L'indice cefalico, o rapporto centesimale fra larghezza e lunghezza della testa, ha dato per i due gruppi, come valori modali o di maggior frequenza, 85 nei brachimorfi, 78 nei dolicomorfi, e 84 per i dolico e brachimorfi, insieme considerati.

Per la statura, i dati da noi raccolti sugli Emiliani in genere (e vi sono compresi anche i dati gentilmente fornitici dai colleghi Viola e Agazzotti, che qui ringraziamo) ci hanno permesso di stabilire, mediante i nostri poligoni binomiali, ma in via del tutto provvisoria, la statura modale di cm. 169 per gli uomini e di cm. 155,5 per le donne.

Il peso medio degli emiliani adulti, in genere può considerarsi in cifra tonda, per gli uomini di kg. 63 (Zisa) e per le donne 50 (Alestra).

I caratteri qualitativi che, dopo la forma della testa, abbiamo potuto studiare nel nostro gruppo di genitori prolifici, si riferiscono al colore degli occhi, dei capelli e della pelle, alla morfologia del naso, della faccia, delle labbra, delle sopracciglia, ecc.

II colore degli occhi, distinto in sei categorie (specchietto n. 2), ha mostrato una decisa prevalenza di occhi castani nei due sessi e più nel sesso femminile (72%) che nel maschile (62%); una maggior prevalenza di occhi chiari (grigio celesti) negli uomini (37%) rispetto alle donne (27%); ed infine un massimo di frequenza per gli uomini di occhi castano chiari col 29%, e per le donne di occhi castano scuri col 36 %. I valori minimi sono rappresentati dagli occhi neri con l'1% circa per i due sessi.

Il colore dei capelli, distinto in cinque categorie (specchietto n. 3) ha mostrato, come il colore degli occhi, una decisa prevalenza (74 %) di colori castani nei due sessi.

I capelli neri sono più frequenti negli uomini (24%) che nelle donne (21%), mentre i capelli biondi, al contrario, prevalgono più nelle donne (4%), che negli uomini (2%).

Solo in questi ultimi (naturalmente questo è detto per il gruppo da noi esaminato) si sono riscontrati capelli rossi o rossastri, con una percentuale del 0,34%, frequenza che è la minima da noi riscontrata, mentre la frequenza massima, è data dai capelli castano-scuri (60% negli uomini, 59% circa nelle donne).

Il colore degli occhi e quello dei capelli, insieme considerati, si associano più frequentemente (specchietto n. 4) nelle diverse tonalità di castano, sia nell'uno, che nell'altro sesso (tabelle I e II).

Prevalgono però negli uomini capelli castano-scuri e occhi castano-chiari, nelle donne capelli e occhi castano-scuri.

Rispetto alla quantità di capelli, essa è negli uomini (specchietto n. 5) prevalentemente scarsa (57%) o normale (25%); nelle donne normale (48%) o abbondante (35%).

Le sopracciglia, tanto negli uomini, quanto nelle donne (specchietto 6), sono prevalentemente poco folte, con percentuali del 32% negli uomini e del 57% nelle donne; mentre le sopracciglia normalmente folte sono in entrambi i sessi del 29%, e le folte sono assai più frequenti nei primi (globalmente 39%) che nelle seconde (12%).




Molto di frequente le sopraciglia sono disgiunte in entrambi i sessi (specchietto n. 7) e si presentano con percentuali poco dissimili (86% negli uomini, 88% nelle donne).

Più spesso le disgiunte sono poco folte nelle donne (30%) e negli uomini (55%) (tabelle III e IV).

Negli uomini è più frequente l'associarsi dei capelli scarsi con le sopracciglia scarse (20%) e nelle donne delle sopracciglia scarse coi capelli normalmente folti (29 %) (tabella III e IV).

Pure negli uomini la barba ed i baffi (specchietto n. 8) sono normalmente sviluppati nel 67%, raramente (12%) sono sviluppati in modo considerevole.









Più frequentemente si hanno insieme associati capelli scarsi e barba e baffi normali (40%) (tabella V).

Nella donna, la peluria sul labbro superiore (specchietto n. 9) risulta assente nei tre quarti dei soggetti osservati; e quando è presente si riscontra associata più frequentemente (10 %) a capelli normali (tabella VI).

Il dorso del naso è stato da noi distinto in diritto, concavo, convesso e ondulato, secondo la classificazione corrente.

Il dorso diritto (specchietto n. 10) si è mostrato più frequente nei due sessi, e specialmente nelle donne (70% contro 58%), segue la forma più o meno convessa, con maggior frequenza negli uomini (32%) che nelle donne (16%); quindi la forma concava, con maggiore frequenza nelle donne (13%) rispetto agli uomini (8%); e da ultimo la forma ondulata, col 2% negli uomini e con l'1% nelle donne.

La larghezza del naso, distinta in stretta, media e larga, si è mostrata (specchietto n. 11) più frequentemente media nei due sessi, e più specialmente nelle donne (60%), che negli uomini (54%). E mentre in questi ultimi prevalgono i nasi larghi (25%), rispetto agli stretti (21%), nelle donne si verifica, al contrario, una lieve prevalenza dei nasi stretti (21%), rispetto ai nasi larghi (19%).




Nel gruppo in esame i caratteri del naso, che più frequentemente trovansi associati nei due sessi, sono il dorso diritto e la larghezza media (tabelle VII e VIII).

Le forme della faccia, distinte secondo la classificazione dell'inchiesta sui genitori prolifici, in ovoidali, ellissoidali, medie, rotondeggianti e quadrate, hanno mostrato (specchio n. 12) una netta prevalenza della forma ovoidale, tanto negli uomini quanto nelle donne col 36%. Per le altre forme, prevalgono ancora, tanto nelle donne quanto negli uomini, le medie, rispettivamente col 26% e col 21%.

Il colorito predominante della faccia (v. specchietto n. 13) è il roseo, col 31% negli uomini e il 39% nelle donne: segue subito il colorito bruno e bruno roseo, con percentuali però diverse, essendo più frequenti nelle donne, che negli uomini i colori pallido e bruno-pallido.




Le percentuali relative alle forme della faccia e al suo colorito indicano già a priori l'associarsi più frequente di faccie ovali con colorito roseo (tabelle IX e X).

Le labbra (v. specchietto n. 14) sono negli uomini più frequentemente medie (62%), in minor numero grosse (12%); nelle donne egualmente, più di frequente medie (55%) e più raramente grosse (8%).

Le labbra sottili si verificano molto più di frequente nelle donne (37%) che negli uomini (27%) (tabelle XI e XII).

Ed è ora tempo di riassumere e concludere.

Nella popolazione bolognese, prevalgono dunque elementi di tipo brachimorfo, con testa corta e larga caratteristicamente eurasica, mentre scarsi, sopratutto nella popolazione maschile, sono gli elementi dolicomorfi, cioè con testa lunga e stretta di tipo mediterraneo.

La statura media, superiore alla media degli italiani, è compresa tra cm. 167 e 169 negli uomini, e fra cm. 155 e 156 nelle donne.








Il peso medio è di kg. 63 negli nomini e kg. 56 nelle donne.

Gli occhi sono prevalentemente castani con tonalità più intensa nelle donne; mentre i capelli, prevalentemente castani anch'essi, hanno tonalità più spesso scure negli uomini che nelle donne.

Negli uomini la barba e i baffi sono normalmente sviluppati; nelle donne la peluria sul labbro superiore si ha soltanto in un quarto dei soggetti.

Le sopracciglia sono spesso poco folte e disgiunte, specialmente nelle donne.

La faccia, il cui colorito predominante è il roseo, ha forma prevalentemente ovale in entrambi i sessi.

Il naso più frequente è quello a dorso diritto e di larghezza media.

Le labbra sono medie e frequentemente anche sottili, sopratutto nelle donne.

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Male avremmo corrisposto alla richiesta fattaci se, a questo punto, volessimo por fine al nostro schizzo antropologico della Provincia di Bologna. L'esposizione sarebbe stata troppo arida e meschine le sue conclusioni, poiché mancherebbe ancora la discriminazione degli elementi raziali componenti la popolazione del Bolognese, della quale abbiamo appena accennato le caratteristiche antropologiche predominanti.

Per la limitata estensione del presente scritto, non è possibile un approfondito esame di questo intricatissimo problema delle razze; tenteremo, tuttavia, di darne una breve e sintetica visione.

Dalle nostre indagini risulta che alla composizione antropologica della Provincia di Bologna hanno contribuito, nei diversi tempi preistorici, protostorici e storici, ed in diversa misura, varietà e sub-varietà di due grandi famiglie antropologiche; l'eurafricana, dolico e mesomorfa, proveniente dal Nord-Africa e diffusasi in Europa ed altrove fin dal Paleolitico; e la eurasica, brachi e mesomorfa, originaria dall'Asia Centrale ed Occidentale, diffusasi in Europa a cominciare da una fase posteriore, e sopratutto dal neolitico.

Alla prima famiglia appartengono i dolicomorfi liguri (di statura piccola e media) ed i cromagnonoidi (pure dolico e mesomorfi, ma di alta statura) di cui abbiamo ammessa la presenza nel Bolognese preistorico. I primi sono oggi rappresentati prevalentemente dai Liguri puri, che alle dette caratteristiche antropologiche associano generalmente pelle bruna e capelli e occhi castani scuri. Dei secondi invece non abbiamo che manifestazioni sporadiche, non localizzate in una determinata regione.

Ancora alla prima famiglia possiamo richiamare la cosidetta razza nordica (Homo nordicus) ipsidolicomorfa, di alta statura (cm. 175), pelle bianco-rosea, occhi azzurro-chiari e azzurro-grigi, capelli di variabilissime tonalità chiare, naso stretto ed alto e zigomi pianeggianti; razza che trovasi oggi allo stato più o meno puro, nella Penisola Scandinava e, mescolata, qua e là in tutto il nord e il centro d'Europa con infiltrazioni anche sud-europee.

Della seconda famiglia fanno parte quei brachimorfi curvo-occipitali, di statura media, identificabili con la razza cosi detta Alpina {Homo alpinus), con pelle, occhi e capelli prevalentemente bruni, faccia larga e naso piccolo; e altre due razze, pure brachimorfe e curvo-occipitali, ma con pelle chiara, capelli biondi, occhi azzurro-grigiastri o azzurro-chiari: l'una piuttosto bassa, con tonalità, molto chiare specialmente degli occhi, che sono talvolta verdastri e lattescenti, con capelli biondo-cenere, zigomi sporgenti e narici larghe, identificabili con la razza finnica o Est-Baltica Bassa: l'altra di alta statura e di costituzione più rozza distinta come razza Est-Baltica Alta o Galata. Alta statura e brachimornsmo così associati a capelli biondi e biondastri, quali, secondo la tradizione storica, avevano i Galli, si trovano oggi nei Galati, ritenuti loro diretti discendenti, abitanti in quel territorio tra la Senna e il Reno, che comprende la Lorena, il Lussemburgo e le Provincie Renane, e diffusi dappertutto nell'Europa centrale, con diramazione anche nella nostra Penisola, specialmente in Romagna ed anche nel Bolognese.

Pure nella grande famiglia brachimorfa sono da annoverarsi gli ultra-brachimorfi planoccipitali, di cui abbiamo accertata la presenza nella nostra Regione fin dall'età del bronzo, identificabili con quella razza di alta statura, con pelle bruna basanée, occhi e capelli scuri, naso grande ed aquilino, caratteri tutti che corrispondono alla cosidetta razza dinarica, o illirica, o adriatica che dir si voglia (Homo adriaticus).

Altri elementi raziali, appartenenti all'una e all'altra delle due famiglie sopra menzionate (per es. i Pigmei), non mancano nella nostra Regione, come dappertutto in Italia e in Europa ed in altri continenti.

Delle razze meticce e delle varietà locali delle razze tipiche fin qui ricordate, che costituiscono, nel loro miscuglio, la maggioranza della popolazione, ci esimiamo dal trattare. La questione, ardua e complicata, esula dallo scopo del nostro lavoro, che mira unicamente a dare un'idea sintetica dell'antropologia del Bolognese.

Fabio Frassetto

Bologna, Istituto di Antropologia
Ottobre 1932-X

NOTE

  1. Vedi Bibliografia (Peli, Riccardi, Eubbiani, Calori, Moschen, Vram, Zisa, Alestra, Graffi, ecc.).
  2. Questo studio fu intrapreso per speciale incarico affidatoci dal Comitato Italiano per lo studio dei problemi della popolazione (vedi Bibliografia), ed il presente scritto ne costituisce la continuazione.
  3. Vedi Bibliografia.
  4. È questo tipo caratterizzato da cranio grande, dolico e mesomorfo, spesso di forma pentagonoide; da alta statura, da faccia frequentemente bassa e larga (came-prosopa), e, sopratutto, da orbite basse, o bassissime.
  5. G. Sergi (v. Bibliografia) vide nel cranio di Arezzo un «ovoide perfetto prossimo all'ellissoide». Noi dimostreremo che trattasi di un pentagonoide, come anche può dedursi (in parte) dalla norma laterale del cranio, riprodotta dal Sergi stesso, la quale è tipica del pentagonoide.
  6. 1. e. nella Bibliografia.
  7. 1. e. nella Bibliografia, pag. 32.
  8. A questo periodo si ricollegano le più antiche tracce che noi possediamo dell'umanità nel terreno in cui oggi sorge Bologna, col primitivo villaggio a fondi di capanne, che si estendeva alle falde dello colline, tra porta d'Azeglio e porta Saragozza verso il 1500 a. C. (Ducati, 1. e, pag. 12).
  9. Prossimamente sarà pubblicato uno studio antropologico su questi scheletri.
  10. Questo cranio, che autorizza per la prima volta ad ammettere nella paleoantropologia del Bolognese il tipo di Cro-Magnon, è stato oggetto di una Nota presentata alla XXI Riunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze (Roma, ottobre 1932-X).
  11. Queste percentuali sono relative allo studio dì 40 crani tolti dalla parrocchia della Mascarella, dove si inumò dal 1200 al 1800 (Cfr. Moschen, 1. e. nella Bibliografia).
  12. cfr. Bibliografia: G. Sergi: Specie e varietà umane ecc.; Frassetto: Les formes, ecc.; Lezioni di Antropologia.

SPIEGAZIONE DELLE FIGURE

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NOTE BIBLIOGRAFICHE